I marroni di Canepina volano come snack sulle linee giapponesi

Volo di linea giapponese

Da sempre è l’oro di Canepina: bruno, panciuto, prelibato. Il marrone, cioè la castagna regina, costituisce la voce più rilevante nel Pil del centro cimino. Ma non solo. E’ l’emblema stesso di Canepina. Un prodotto che i caldarrostai della Capitale offrono nel ”tridente” come un autentico gioiello. Accanto alle vetrine sfavillanti di Gucci, Nero Giardini, Louis Vitton, Armani, Valentino. «Marroni di Viterbo…marroni di Viterbo», l’invito del rivenditore ambulante è un richiamo di sicuro effetto anche se il prezzo (5 euro per 15 pezzi) forse non è così appetibile come il frutto. Ma a via Frattina o al Tritone non puoi mica offrire qualcosa che non sia firmato. E costoso. Il marrone di Viterbo è qualcosa di unico. Altro che castagna turca, cilena, bulgara…. Pur con tutto il rispetto.

Canepina ha un patrimonio da esportare, ma pure da difendere. Solo il 30% del prodotto è venduto fresco, il restante 70% finisce sui ”fornelli ambulanti” della Capitale e nell’industria di trasformazione. Negli anni passati i marroni dei Cimini diventarono perfino ”fiocchi di bosco”, venduti in confezioni precotte; tre compagnie aeree di linea giapponesi pensarono di offrirli ai loro passeggeri in simpatiche confezioni da tre pezzi ciascuna. Per dare l’idea del ”giro d’affari” basti pensare che due aziende su tre che distribuiscono le castagne su Roma e in altre città si riforniscono proprio a Canepina.

Ma attenzione! I marroni di Canepina-Viterbo hanno una breve anche se intensa vita di soli tre mesi: da ottobre ai primi di gennaio. E allora i frutti di marzo, di giugno e di settembre? Quelli, insomma, che vengono pubblicizzati e offerti nella città eterna per il resto dell’anno? Belli, panciuti, perfino sfavillanti, ma dei Cimini non hanno annusato neppure l’aria. Arrivano dalla lontana Cina, dal Cile, dalla Bulgaria, dalla Spagna, dal Portogallo dove giungono a maturazione in tempi diversi che da noi. Fragranza non all’altezza, anche se spesso esteticamente più attraenti. Del resto il turista giapponese o americano o l’italico gitante del week end non sta mica a chiedere il passaporto della castagna: gli basta fidarsi di quel giovane che sta dietro a un fornello, appannato da una nuvoletta di fumo e che invita i passanti ad assaporare i…marroni di Viterbo. Un nome, una garanzia.

 

COMMENTA SU FACEBOOK
CONDIVIDI