Guerre in buona fede: le parole dall’incontro del Tavolo per la pace

Una sala gremita e partecipata quella di ieri pomeriggio per l’incontro promosso dal Tavolo per la pace di Viterbo sul tema dei conflitti in Medio Oriente, terrorismo e i fenomeni delle migrazioni di massa. Giovani e meno giovani hanno riempito la prestigiosa sala del Centro di Documentazione Diocesano in Piazza San Lorenzo, dove tra gli antichi volumi conservati, memoria del passato, si è partiti da fatti attuali per smentire la necessità della sempre esistita guerra; una sala che ferma l’importanza e il peso della storia e ospita una riflessione intorno a ciò che l’uomo ancora non ha imparato a fare, ossia a come mettere da parte quel mestiere tanto remunerativo come la guerra in favore della pace. Le voci in campo intervenute in quest’incontro sono state fondamentali testimonianze per promuovere conoscenza e responsabilità di fronte alla complessità di certe dinamiche; non a caso è stato scelto il 4 Novembre per parlarne, giorno dell’unità nazionale e delle forze armate, festa istituita per commemorare la fine della prima guerra mondiale. Ma perché il titolo “Guerre in buona fede”? Come spiegato, la scelta riprende un’infelice dichiarazione fatta nell’ambito della politica britannica nell’affermazione di portare la guerra come un atto di fede e ciò su cui si vuole soffermare è un argomento che purtroppo non può non riguardare allora anche l’ultimo naufragio di migranti del due novembre al largo delle coste libiche. Ed ecco la prima testimonianza, quella di Abu Rabia, profugo siriano: partono le immagini di Homs, città siriana, la sua città parzialmente distrutta e ormai disabitata perché chi in carcere, chi scappato, chi rimasto ucciso “Spero di poter tornare nella mia città quando il conflitto sarà finito. Siamo scappati a causa della guerra, per poter creare un futuro. In Siria era rimasta solo morte e dolore. Sono scappato in Libano che ospita 3 milioni di profughi siriani…cercate di immaginare cosa possa significare questo per un paese piccolo come il Libano, avere così tanti profughi con altrettanta necessità di risorse e servizi. Decisi allora di scappare via mare su un barcone, ma per fortuna i volontari di Operazione Colomba nel campo profughi libanese mi hanno aiutato a riflettere sull’alternativa di fuga oltre il mare e considerare quella del corridoio umanitario, ossia un volo senza pericoli per raggiungere l’Italia e approdare a Trento. Ringrazio l’Italia per aver accolto me e la mia famiglia e speriamo di poter tornare presto nella nostra città” (Operazione Colomba è un Corpo Nonviolento di Pace della Comunità Papa Giovanni XXIII che opera in Libano) Interessanti e appassionate anche nel resoconto dei fatti lungo il corso della storia dell’Islam e del coinvolgimento dell’Occidente, le parole della giornalista e scrittrice, esperta di cultura mediorientale, Giuliana Sgrena “La condizione di profugo è difficilissima e i racconti suscitano una maggiore sensibilità rispetto a questa situazione. Encomiabile l’associazione che si è occupata di corridoio umanitario. I corridoi umanitari dovrebbero essere gestiti dagli Stati stessi, dai governi, e se ciò fosse fatto seriamente porterebbe un enorme risparmio di risorse. Questo spostamento non si potrà fermare e dovrebbe essere affrontato in modo più radicale e responsabile, non declinandolo alle ONG. E un’operazione senza senso è quella affidata alla Turchia per ridurre l’afflusso dei profughi in Europa, si tratta di una scelta di un paese con una politica aggressiva che non rispetta i diritti umani. Riguardo l’informazione quella che arriva su Aleppo è altra da quella vera, per esempio da chi racconta dalla Croce Rossa; i servizi che vediamo non coprono la realtà vera. Questo ci fa riflettere su come ci sia assuefazione ai morti in Siria, in Iraq…e su quanto sia forte la responsabilità dell’informazione.” La giornalista prosegue nel suo intervento e avendo vissuto per molto tempo nei luoghi dei conflitti mediorientali racconta un pezzo di storia sullo scontro tra Islam sunnita e sciita, spiegando come non si tratti soltanto di questione religiosa ma come alla base ci sia un controllo geopolitico di risorse e potere; i riferimenti del mondo sunnita guidato dall’Arabia Saudita, molto rigorosa e conservatrice, gli scontri in Afghanistan contro le truppe sovietiche che hanno occupato il paese, mentre già si stavano formando i gruppi jiadisti contro gli infedeli; i riferimenti degli sciiti nel1979 guidati dall’Iran dalla rivoluzione di Khomeini, la forte contrapposizione nel 1988 tra Iraq e Iran; le rivolte della recente primavera araba e la situazione in Siria dove la rivolta si è militarizzata ed è diventata una lotta per il potere.
A chiudere l’incontro l’intervento di Don Renato Sacco, coordinatore di Pax Christi, anche le sue parole insistono sul potere e il ruolo dell’informazione “Ciò che viene raccontato viene fatto con un punto di vista delle forze che partecipano al conflitto. L’assuefazione, lo spazio informativo dedicato ai conflitti è minore di quello dedicato ai pareggi sportivi: ciò modifica la nostra coscienza, viviamo un forte condizionamento e allo stesso tempo ci nutriamo di cultura guerresca. Pensiamo agli F35, a quanto spendiamo per la prevenzione sul territorio e quanto per distruggere. Si crea una cultura in cui le armi, la guerra viene raccontata ai bambini non più come tragedia, ma addirittura è nella moda, nell’abbigliamento mimetico; la guerra diventa normale e normale anche l’interesse economico. Le guerre le esportiamo. Quando parte la macchina informativa per sponsorizzare una guerra, prima si armano i paesi, poi si crea il nemico e poi si giustifica.” E non manca allora la citazione dalla Canzone del Maggio di De Andrè “Anche se ci crediamo assolti siamo lo stesso tutti coinvolti”. Conclude Don Renato Sacco “La più grande fabbrica di profughi è la guerra Non possiamo investire economicamente e culturalmente sulla guerra. Perché l’Italia vende armi all’Arabia Saudita?? C’è la necessità di una sana indignazione per non essere travolti dall’indifferenza della globalizzazione.”

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