Graffignano:“Sono neri, sporcano l’acqua…” Risponde l’ex Assessore

Da Stefania Profili già Consigliere, Assessore e Vicesindaco del Comune di Graffignano ( dal 1995 al 20039 la sua risposta sugli accadimenti presso la piscina comunale di Graffignano.

Al di là di facili atteggiamenti antirazzisti, mi risulta che il Casone è una struttura pubblica, recuperata con un finanziamento pubblico e svenduta ad una gestione privata da una precedente Amministrazione che ha fatto più danni che utili. La destinazione originaria del finanziamento prevedeva la creazione di un ostello per giovani e il Casone doveva essere inserito all’interno di un percorso turistico e diventare un reale luogo di scambio culturale. Doveva cioè muovere una piccola economia locale e non arricchire una sola persona. Se la signora Ilena Caravello, gestore del Casone di Graffignano (ndr Tusciaweb.it), si lamenta dicendo che i 33 euro le bastano appena per coprire le spese e che da cattolica sta facendo un’opera umanitaria, allora le dico che è troppo semplice fare beneficenza a spese di una comunità.
Facendo due conti sul retro di una busta, ecco quanto rende l’accoglienza del Casone: 33 euro al giorno per 25 persone fanno 825 euro, che moltiplicati per un mese sono 24.750 euro, che in un anno di “attività dell’accoglienza” portano nelle tasche della signora circa 300.000 euro. Essere imprenditori dell’accoglienza porta quindi un indubbio vantaggio economico, soprattutto se la struttura è pubblica, come in questo caso. Ecco perché non sopporto l’ipocrisia di chi si lancia, senza sapere, a difendere l’attività “umanitaria” della signora: non è carità, è business. Solo business, e anche molto redditizio. Vorrei a questo proposito conoscere la convenzione che lega la signora al Comune di Graffignano e quanto la stessa paga per avere in gestione il Casone. E soprattutto sapere se la stessa convenzione poteva essere modificata in corso d’opera per farne una struttura di accoglienza o, se invece, il Casone non doveva essere rimesso a bando, visto che i redditi erano certi. Credo che la superficialità e l’opacità dell’operazione abbiano portato un danno alla comunità di Graffignano e di Sipicciano. Un danno in termini sociali dovuto ad un’alta concentrazione di persone per le quali l’integrazione risulta ancor più difficile quando una comunità periferica rispetto ai flussi migratori accolti nelle grandi città, percepisce lo straniero come un invasore.
Per tutti coloro che dicono che dobbiamo subire questa invasione perchè anche noi siamo stati, a nostro tempo, immigrati, vorrei ricordare che gli Italiani emigrarono in Paesi che erano bisognosi di forza lavoro, con mercati industriali in espansione. Non emigravano cioè in Paesi con una disoccupazione al di sopra del 10%, con economie in recessione o con picchi di disoccupazione giovanile al di sopra del 40%. I nostri emigranti andavano negli Stati Uniti, in Belgio, in Australia con passaporti e con mezzi di trasporto legali, non con barconi o motoscafi. Negli Stati Uniti, erano costretti a restare nella famosa Ellis Island per giorni, settimane e, in alcuni casi, per mesi, e soprattutto non si resero protagonisti di proteste, roghi e atti vandalici, ma affrontavano quei momenti con umiltà e pacatezza. I nostri emigranti lavoravano sodo, non facevano code alle mense della carità, non chiedevano l’elemosina e non pretendevano assegni giornalieri. Non avevano un Iphone in tasca per cui lamentarsi dell’assenza di wifi…
Questa riflessione è la voce delle persone silenziose che vivono il disagio ma non parlano per paura di essere tacciati di razzismo. In un problema che non si risolve con gli stereotipi di razzisti e di antirazzisti, perché oltre il bianco e il nero esiste anche il grigio, io mi sento diversamente tollerante

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