Giuliano Bacheca e Gabriella Bonetti: la nostra Africa

Donatella Agostini

Il lago Vittoria è un enorme disco frastagliato d’acqua, che affiora in un’Africa arida e selvaggia. Sulla carta geografica, confini netti ed innaturali, decisi a tavolino, parlano di tre stati che si affacciano sulle sue sterminate acque: Uganda, Tanzania e Kenya. Sulle sponde kenyote, tra gli appezzamenti di un’agricoltura povera e arretrata, sorge un villaggio che è un faro di speranza per una popolazione impegnata nella dura lotta quotidiana per il cibo, per l’acqua e la salute: in altre parole, per una vita dignitosa. È la missione camilliana di Karungu, avamposto a quattrocento chilometri da Nairobi, a 1250 metri di altitudine. È in questo cuore sperduto d’Africa che, dal 1999, una coppia di viterbesi torna ogni anno a dedicare cuore e lavoro a favore dei più sfortunati: il dottor Giuliano Bacheca e sua moglie Gabriella Bonetti. Il tratto che caratterizza maggiormente i due coniugi è la semplicità. Semplicità di modi, di parlare della propria esperienza, di porsi come persone assolutamente normali. Quando invece, mai come in questo caso, semplicità è sinonimo di grandezza d’animo e di umiltà nel rapportarsi agli ultimi della terra.

Come tutte le cose importanti della vita, l’esperienza nasce per caso. “La mia specializzazione è la radiologia: sono stato primario del reparto omonimo all’Ospedale di Orbetello e Montefiascone”, comincia a raccontare il dottor Bacheca. “Circa trent’anni fa venni chiamato dal Dipartimento per la Cooperazione per un progetto in Uganda: dovevo curare la formazione professionale di un medico del posto. Al tempo non eravamo in molti ad essere specializzati in radioterapia: fui scelto perché l’ospedale in cui dovevo lavorare aveva anche questo servizio. Innamorarmi dell’Africa fu questione di un secondo. E quando più tardi giunse per me il momento di andare in pensione, non ci pensai due volte e partii alla volta del Kenya. Mia moglie è sempre stata al mio fianco nella nostra esperienza africana”. Il dottor Bacheca vide sorgere con i propri occhi il complesso di Karungu. “Era una zona poverissima, dove l’agricoltura non rendeva quasi niente, e dove il principale sostentamento era la pesca sul lago, sempre più scarsa con il passare del tempo. Una zona infestata dalla malaria e dall’AIDS, che vent’anni fa faceva veramente paura”, racconta. Qui, un gruppetto di religiosi Camilliani aveva deciso di costruire una missione. Fu acquistato il terreno, e poco dopo venne risolto il problema principale dell’approvvigionamento idrico, attraverso una grande cisterna che pompava l’acqua del lago. Presto sorsero le abitazioni per i religiosi, un piccolo dispensario e infine l’ospedale, con i reparti di medicina e chirurgia, ostetricia, pediatria e malattie infettive. Giuliano Bacheca opera tra i vari reparti dell’ospedale, facendo “quello che c’è da fare: il lavoro purtroppo non manca mai”. Oggi l’ospedale di Karungu ospita anche un importante Centro di prevenzione e terapia contro l’AIDS, vero riferimento per tutto il circondario. “Il problema più doloroso è costituito ancora oggi dagli orfani di questa malattia. Bambini che alla nascita sono stati infettati dalle loro mamme, che poi non ce l’hanno fatta. Nel tempo, l’allarme rappresentato dall’AIDS si è ridimensionato, seppure non scomparso del tutto. Oggi esiste una terapia in grado di impedire la trasmissione del virus durante il parto. Ma a quel tempo era inevitabile. A Karungu vennero costruite delle casette in cui ancora oggi sono ospitati una sessantina di orfani, accuditi amorevolmente da mamme adottive, che si alternano nella loro cura”. Il centro assiste ogni giorno un numero considerevolmente più alto di persone, si parla di centinaia di persone. “Nella missione sono presenti anche una scuola primaria e una scuola secondaria”, aggiunge Bacheca.  Con la signora Gabriella parliamo dell’importanza dell’istruzione, soprattutto per le bambine. Mai come in Africa, il futuro stesso delle nuove generazioni potrebbe essere in mano alle donne. “La condizione delle donne laggiù, soprattutto per quelle non istruite, è triste e degradante”, racconta Gabriella. “La loro cultura tende a sottometterle, a schiavizzarle, a considerarle oggetti. Pensiamo alla tradizione, ancora in uso, che vuole la vedova costretta a sposare un familiare del marito, anche contro la sua volontà. Ma stanno cominciando a ribellarsi”. Alla missione, Gabriella si occupa di insegnare a tagliare e a cucire alle ragazze, insegnando loro un lavoro. Ci mostra delle foto di volti sorridenti, tra tavoli e rotoli di stoffa. E sorrisi meravigliosi di bimbi a cui niente può togliere la luce, nemmeno il fatto di essere nati dalla parte sbagliata del mondo.

Chiediamo ai coniugi Bacheca se la loro esperienza si è rivelata pericolosa in qualche circostanza. “Una volta siamo dovuti scappare su un piccolo aereo da turismo, e rientrare in Italia. C’erano state le elezioni, ma qualcosa non era andato nel verso giusto ed erano scoppiati tumulti”. E aggiunge: “Le più aspre lotte per il potere avvengono fra etnie. Non hanno il senso di appartenenza ad una nazione unitaria, che non sentono propria. Non si sposano nemmeno fra etnie diverse. Questo rende più difficile un percorso di sviluppo per tutto il Paese”. Ma ci deve essere un motivo profondo per cui ogni anno, Giuliano e Gabriella lasciano Viterbo per andare a lavorare nel cuore dell’Africa. “Il loro senso di appartenenza alla comunità è commovente. C’è forte solidarietà, e una vera e propria devozione per gli anziani. Nella loro realtà è fondamentale il sentirsi uniti, per poter sperare di superare le difficoltà di ogni giorno. Valori che nella nostra civiltà occidentale sono sempre più rari”, conclude Bacheca. “Sono grato a chi mi ha trasmesso l’amore per quella terra e per i suoi abitanti. Avrebbero qualcosa da insegnarci: il loro stile di vita, così semplice e autentico, la loro voglia di vivere nonostante tutto. E noi ci sentiamo dei privilegiati, per poter donare loro un po’ del nostro tempo e la speranza in un futuro migliore. Da loro si può imparare ad essere, più che ad avere”.

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