Francesco e Gaetano Paolocci: stregati dal fantastico e dalla Tuscia

Una folla di ottocento bambini che si assiepa ordinata e vociante lungo la salita che si arrampica alla chiesa dei Cappuccini a Viterbo. E’ in attesa di penetrare nel “Mondo delle meraviglie” che emerge in un ala del convento. Lì Gaetano e Francesco Paolocci hanno trasferito il magico sito degli effetti speciali: personaggi dell’horror e della fantascienza, dinosauri, creature extraterrestri, semplici strumenti di un cinema che fu, poster di Fellini, Pasolini, Risi. Persino una macchina da presa che fu utilizzata dal regista della “Dolce Vita” per immortalare i momenti salienti dei suoi ormai storici lungometraggi. Gaetano e Francesco sono figli della Tuscia anche se cosmopoliti di adozione. L’incontro con il cinema non è stato un colpo di fulmine o un effetto speciale. “Più semplicemente – spiegano – è stata la passione per quei personaggi horror del cinema americano che, magari in bianco e nero, affollavano la televisione di fine anni Sessanta. Volevamo trasferire quella nostra passione anche agli altri e iniziammo a creare e riprodurre personaggi che nascevano dalla nostra fantasia. Da lì a Cinecittà il passo fu automatico”.

E come avvenne?
Arrivammo negli studi romani quasi da clandestini. In compenso i nostri lavori piacquero e il passo successivo fu il lavoro negli Stati Uniti. Conoscemmo personaggi di prima grandezza. Però quello che ci è rimasto nel cuore è e resta sicuramente Dino De Laurentis che ci ha scoperto e sempre incoraggiato nel lavoro.

Qual è il personaggio che vi sta più a cuore?
Per la verità noi non abbiamo creato personaggi particolari, ma abbiamo realizzato al meglio i personaggi che di volta in volta ci venivano commissionati. In Europa e in Italia non c’è mai stata e non c’è un’industria del cinema che ha appuntato tutta la sua attenzione su una creazione fantastica rispetto a quello che avviene invece negli Stati Uniti. Da noi c’è stato sempre il timore di confrontarci con il cinema americano questo terreno.

Ma il cinema classico rischia di essere soppiantato da quello digitale?
Assolutamente no. Il digitale è lo strumento migliore dell’autore, ma è pur sempre uno strumento che all’autore non deve sostituirsi. Negli anni Ottanta e Noventa gli effetti speciali erano il traino di un film, oggi non è più così perché semplicemente è stato fatto di tutto attraverso la manipolazione digitale. Oggi si deve tornare a pensare al film come storia, come progetto d’autore.
C’è un grande attore, Totò, il principe della risata, che voi avete ricostruito…
In effetti è stato un regalo a Dino De Laurentis che con il grandissimo attore ha prodotto più di cento film. Riuscimmo a riproporlo così bene che neppure la figlia riuscì a riconoscere il vero padre dalla figura da noi riproposta. Fu un lavoro assai impegnativo anche perché, oltre ai trucchi speciali, siamo stati costretti a imparare la voce. Non potevamo utilizzare un attore truccato che doveva anche essere doppiato.

Progetti futuri?
Abbiamo due attività separate. Il cinema e la medicina. Per quanto riguarda il primo campo, prestiamo consulenze sulla realizzazione del personaggio in laboratorio, che viene fatto muovere con tecniche digitali. Per la medicina abbiamo tutte le conoscenze per la ricostruzione di lineamenti dei volti degli attori e quindi puntiamo a rifare i tratti delle persone che abbiano subito traumi. Operazioni, insomma, maxillo facciali che servano a ridare una giusta fisionomia ai pazienti che l’abbiano persa. Due attività separate ma anche assi convergenti. C’è un filo conduttore che porta a utilizzare la scienza con il trasferimento di esperimenti fatti nel cinema.

Come siete arrivati alla mostra dei Cappuccini?

C’è stato rivolto un invito dall’associazione San Crispino che doveva concretizzarsi u in una piccola esposizione di dinosauri e restare nel privato di una premiazione di lavori a svolti a scuola. Abbiamo voluto creare l’esposizione con più generi, ma necessariamente ridotta. L’associazione ha promosso l’iniziativa anche nei confronti del pubblico adulto.
Anni or sono siete stati premiati dall’amministrazione provinciale di Viterbo per la vostra attività..
Non abbiamo legami con le istituzioni, ma abbiamo capito che queste non possono essere mai raggiunte direttamente dall’artista, c’è sempre un tramite che dovrebbe permettere l’utilizzo dello stesso artista a favore del territorio. Noi amiamo tantissimo la nostra terra, ma non abbiamo instaurato con essa legami politici né istituzionali. Siamo qui per dare un segno alla città e ai bambini viterbesi per trasmettere loro la passione che noi abbiamo provato fin da piccoli. E’ un fatto di educazione e di insegnamento.

La Tuscia la vostra terrà di origine, qual è il legame che vi unisce?
Siamo nati a Viterbo e qui viviamo, ( Gaetano a Vasanello e Francesco nella città dei Papi), l’andamento lento che vi si respira mitiga quello veloce a cui il nostro lavoro ci sottopone.

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