Francesca Mencaroni: devo a mio padre vena artistica e passione per la cultura

Cristiano Politini

Francesca Mencaroni è psicoterapeuta presso lo Studio di Psicologia e Psicoterapia Schiralli di Viterbo e formatrice del Centro Studi Erickson. È la figlia di Francesco Mencaroni, di cui oltre il cognome, porta anche il nome, come a fissare un segno indelebile, un legame indissolubile, sia nella sfera privata sia in quella pubblica e teatrale. Francesco Mencaroni era un mimo e un uomo di teatro, un personaggio amatissimo a Viterbo, tanto che la FITA gli ha dedicato il ventiduesimo “Festival Nazionale del Teatro Premio Città di Viterbo” che si è aperto sabato sera al Teatro dell’Unione. Oggi la sua eredità è stata raccolta dalla figlia Francesca, personalità eclettica e sensibile alla cultura della città di Viterbo, proprio da lei cerchiamo di farci raccontare qualcosa in più…

Quanto c’è di suo padre nella sua professione e nella sua vita di tutti i giorni?

C’è molto e posso ricollegare il mio lavoro alla sua personalità. Mio padre ha sempre avuto una spiccata socialità verso le persone: è sempre stato una persona comunicativa, simpatica ma anche molto emotiva, nel bene e nel male. Mio padre era un mimo e questa particolare arte è legata all’espressione corporea, quindi all’espressione emotiva. Lui ha lavorato molto sulla parte psicologica per esprimersi al meglio sul palco e credo che, per fare ciò, ci si debba calare nel personaggio da un punto di vista empatico ed emotivo.

C’è amarezza per non averne compreso a pieno la figura nella fase di crescita?
C’è un po’ di rammarico. Non sono un’attrice di teatro anche se per un po’ di tempo ho provato a mettermi in gioco. Pian piano però, ho capito che riuscivo a esprimere al meglio il mio lato artistico attraverso il canto. Sto mettendo tutta me stessa nelle mie passioni e sono sicura che sarebbe stato ciò che voleva mio padre. Se da una parte c’è rammarico, sono però felice di aver captato un messaggio proveniente dalla filosofia di vita di mio padre: ciò che si fa per svago va fatto con passione e ciò mi consente di affrontare il mio impegno culturale nel migliore dei modi.

Come nasce la sua aspirazione per il canto?
Mio padre mi diceva sempre che dovevo fare una cosa e dovevo farla fatta bene. Per questo, per molti anni, ho fatto sport, praticando ginnastica artistica, poi danza moderna, fino ad arrivare al flamenco. Tutte queste discipline sono frutto della sua influenza artistica. Gli sport a cui dedicavo il mio tempo libero erano sempre qualcosa di spettacolare e rappresentativo. Quando ho iniziato a lavorare ho deciso di mettermi in gioco con il canto, pagandomi le lezioni. A Mio padre piaceva sentirmi cantare, ricordo l’ultima volta fu ad un concerto della mia scuola di musica (la Staff Music School), mi disse ha avevo preso da lui. Peccato che non ha mai assistito ai concerti con il mio gruppo Jazz, ne sarebbe rimasto affascinato, lui che amava molto la musica di vario genere.

Che influenza hanno avuto i suoi genitori sulla sua formazione e sulle sue passioni?
Ho preso qualcosa da entrambi. Mia madre è una psicoterapeuta, quindi credo che lei mi abbia influenzato più sulla scelta della mia professione. Sicuramente da mio padre ho preso la vena artistica e la passione per la cultura.


Cosa ha significato il Teatro nella vita di Francesco Mencaroni?

Il teatro per mio padre ha significato tutto, per lui era uno stile di vita. Essendo anche molto teatrale nelle sue manifestazioni, era una persona che amava essere protagonista, in tutto ciò che faceva. Io lo vivevo a 360 gradi, dalla sfera privata a quella pubblica e posso affermare che era una persona come tutti, che provava emozioni e sentimenti, dalla gioia alla rabbia. Lui viveva tutto intensamente e, nella sua vita di tutti i giorni, era molto teatrale, cosa stupenda che gli lasciava trasmettere felicità.

E cosa custodisce del teatro amatoriale interpretato da suo padre?
Sicuramente l’emozione che l’attore amatoriale trasmette, un’emozione pura e diretta. In questo tipo di teatro, le persone sono spinte da qualcosa di reale e gli attori non sono inquinati dalla tecnica del professionismo. Il messaggio trasmesso arriva più diretto poiché le persone sul palco si appellano al proprio vissuto personale. Forse è proprio questo che rende molto veritiera una rappresentazione amatoriale e credo che mio padre mi abbia fatto capire che l’attore si porta nella sua vita di tutti i giorni un pezzetto dell’amatore che è sul palco. L’emozione arriva diretta e, a mio avviso, il punto di forza del teatro amatoriale è il gruppo di persone che c’è dietro a uno spettacolo: gente che si ritrova per lo stesso motivo, per una passione e che si ritrova a essere una famiglia.

“Servirebbero degli strumenti per gestire le emozioni”, è una sua frase.Che tipo di emozione è stata quella paterna?
Quella che più lo descrive è la gioia, anche se senz’altro non lo descriverebbe a pieno una sola emozione. Era ciò che faceva sempre vedere, era sempre pronto a scherzare. La felicità lo ha caratterizzato, pur essendo un essere umano e tutte le emozioni che manifestava erano sempre estreme. Fuori era sempre scherzoso, solare e felice, anche se poi con lui si poteva parlare seriamente di diversi argomenti come la musica, la politica e anche questioni personali. Io stessa mi ci confidavo spesso.

FITA  omaggia Franco Mencaroni dedicandogli questa edizione della rassegna
Sono felicissima e sono ancor più entusiasta e onorata di poter dare il mio contributo alla rassegna. Infatti, quest’anno farò parte della giuria e considero questa partecipazione come l’unione di più tasselli, il proseguimento di una strada costruita anche grazie alla passione di mio padre. Nel sostenere questa manifestazione e nel farne parte mi sento vicino a lui e so che sarebbe stato felice.

Il Premio Città di Viterbo specchia la parte più vera dell’essere attore. Che percezione le trasmette?

È un bel dono reso a Franco Mencaroni artista che ne omaggia la sua memoria. Quando muore qualcuno è bello che le persone te lo ricordino. Il ricordo è l’unica cosa che è rimasta e il premio mi consentirà di ricordarlo nell’ambiente che più preferiva. Il Premio verrà consegnato alla compagnia che rispecchierà la parte più empatica e vera dell’essere attore: questo proprio per ricordare ciò che era mio padre. Devo ringraziare Francesco Ioppolo, figlio dello scultore Roberto parteciperà alla realizzazione del premio . Francesco si è mosso con entusiasmo per il sostegno del festival, comprendendo da subito il suo spirito di crescita e promozione sociale e culturale.

Si è appena aperto il Festival, qual è il messaggio che vuole mandare?

C’è bisogno di un supporto maggiore alla cultura, ci lamentiamo che non c’è mai nulla ma bisogna stimolare a fare cultura. La FITA ha una continuità e una storia che spesso non è valorizzata. Questo messaggio è in linea con il pensiero di mio padre: egli si è sempre occupato di valorizzare il lato teatrale e artistico della città, ha contribuito alla promozione e alla cultura a Viterbo anche senza dirlo direttamente. Dobbiamo abituare e appassionare le persone. Abbiamo una grande risorsa come il Teatro dell’Unione, che può accogliere spettacoli di grande livello. Il teatro non può reggersi su uno spettacolo a settimana. Deve essere un punto di unione per la città, un contenitore culturale sempre aperto e che abbracci la cultura a 360 gradi. Ci vuole continuità per le persone e mi piace l’idea che nel ricordo di mio padre si possa contribuire alla rinascita del teatro a Viterbo.

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