Il filo sottile di una stazione fantasma

Chiara Mezzetti

Chiara Mezzetti, studentessa dell’università della Tuscia, ci affida il suo terzo racconto, che ha la solitudine, l’audacia, la innocuità malinconica di tutti quei legami che lasciano un’impronta morbida di tenerezza nella memoria.

 

Zona imprecisata sui monti Cimini

Una cosa piccola. La stazione è questo. Così piccola che, quando noi eravamo grandi, ci sembrava un nido. Fatto di ramoscelli e terra, abbandonato lì da una rondine in fuga.

Andavamo alla stazione tutti i pomeriggi. Ci stendevamo sul ciglio dei binari, con le mani incrociate dietro la nuca, e stavamo lì. Fantasticavamo.

Io e Pietro l’avevamo scoperta per caso. Alla fine di un discesone col motorino. Ci sentivamo pionieri, i prescelti. C’eravamo sputati sui palmi delle mani. Con una stretta solenne giurammo di non dirlo a nessuno, che quello era il nostro posto.

Mi portavo dietro due libri, ogni volta gli stessi, per far credere a mia madre che avrei fatto i compiti. Pietro arrivava sempre prima di me. Senza libri. Lui non doveva mentire a sua madre, perché non ce l’aveva. Viveva a casa della nonna. Quella era talmente rimbambita che gli lasciava fare tutto ciò che voleva. E Pietro voleva “mangiare la vita. Mandarla giù senza masticare.”

Ripeteva sempre che prima o poi sarebbe passato il treno che l’avrebbe portato via, un treno fantasma da una sola corsa. Lui sarebbe stato lì ad aspettarlo, ci sarebbe salito senza biglietto e senza destinazione. Poi rideva e si accendeva una sigaretta, ma ci credeva davvero.

I pomeriggi di provincia si trascinano stanchi. Sono vecchi sdentati che la vita la ingoiano a piccoli sorsi. Hanno bisogno di fare gargarismi più lunghi, di soffiarci prima per farla freddare.

Pietro lo sapeva meglio di me. Pietro era di più, era tanto, era grande. Io invece ero solo un bambino col motorino, mascherato da un giubbotto di pelle e dalla tosse di una sigaretta.

Anche se non lo capivo fino in fondo, mi faceva paura l’idea di perdere quel treno. Non volevo salirci per davvero, ma rimanere a terra a guardarlo passare sapevo che, per qualche motivo, significava la fine.

“Secondo te qui che treno passava?”

“Uno con le rotaie.”

“Pensa se questa fosse una stazione fantasma.”

“Lo è, non ci passerà un treno da almeno un secolo.”

“No, intendo: pensa se fosse stata creata proprio come stazione fantasma. In questo caso non sarebbero macerie. Sarebbe nata già così, una rovina che però non è figlia di niente. È così e basta.”

“E per quale motivo avrebbero dovuto costruire una cosa già sfasciata? È come fare una macchina che è già un rottame. Non se la compra nessuno.”

“Magari è così perché non è un prodotto per tutti. Allora, seguimi: – Pietro allargava i palmi delle mani davanti al petto e io non seguivo il discorso- una stazione con i treni funzionanti, il controllore e  il resto, sarebbe frequentata da tutti quelli che devono andare da qualche parte. E siccome tutti dobbiamo andare da qualche parte prima o poi, sarebbe affollata. Un viavai di lavoratori e studenti che devono raggiungere tutti gli stessi posti e aspettano le coincidenze. Un tragitto obbligato e sempre uguale. Se invece costruisci una stazione con un  treno e basta, diretto verso un posto in cui solo pochi possono andare, che l’unico modo per raggiungerlo è proprio quel treno, tu la stazione la fai brutta. Ci metti un po’ di calcinacci e di erbacce. Non lo fai capire che è il mezzo unico per arrivare. Così lo capiscono solo i furbi e nelle carrozze si viaggia larghi, con due sedili per uno.”

“E quale sarebbe questo posto?”

“Non lo so, quando passerà il treno lo scopriremo.”

“Pietro, qui non passa nessun treno. La stazione è chiusa.”

“Allora cammina sui binari.”

“Cosa?”

“Se tanto il treno non passa, che paura ti fa?”

Infatti. Perché avevo paura? Sapevo che non sarebbe passato. Andavamo lì da un anno e l’unica cosa che avevamo visto sui binari erano le foglie secche di ottobre.

“Va bene, lo faccio.” Ho lasciato scivolare il sedere giù e con un balzo a piedi pari ero a terra. Gli occhi di Pietro aprivano sulla sua faccia una voragine più grande dello strapiombo tra il cemento e le rotaie. Era come se fossi inciampato nella sua anima. Non saprei spiegare in che modo e perché, ma in quel momento fu chiaro.

“Va bene, allora vengo giù anch’io. Così se il treno passa e ci prende noi moriamo, ma tu prima di morire devi dire che avevo ragione.”

Ora stavamo sotto e tutto sembrava cambiato, non troppo diverso, ma un po’ più banale. Pietro aveva deciso di proseguire a piedi. Lui avrebbe raggiunto quel posto. Con o senza treno. E con o senza di me. Io dovevo essere a casa alle otto in punto, ma stavo tranquillo: presto si sarebbe stancato e saremmo tornati indietro.

Camminavamo da almeno dieci chilometri e le uniche meraviglie incontrate nel nostro strampalato pellegrinaggio erano una scarpa da donna calcificata nel fango, un pacchetto di chewing gum vuoto e qualche carta da gioco sparsa qua e là che avevamo raccolto, sperando alla fine di mettere insieme tutto il mazzo. Ci rimaneva una sigaretta in due, custodita con la promessa di fumarla al traguardo.

Dopo cinque ore il mio coprifuoco era bello che saltato. Mi spingeva ad andare avanti la sensazione che quell’avventura, che al momento mi sembrava stupida e faticosa, un giorno l’avrei raccontata con orgoglio.

Un fischio sottile mi pizzicava le orecchie.

“Pietro, lo senti questo rumore?”

“È il treno.”

“Ma non è possibile…”

Pietro, facendo leva su un solco scavato nel muro, si era tirato su, e con uno strattone s’era trascinato dietro pure me. Ora eravamo di nuovo sopra, ma in piedi e con i battiti a duemila.

“Io non vedo niente, il treno non c’è” avevo affannato tra un fiatone e l’altro.

“Beh, non puoi saperlo, potrebbe arrivare e…”

“Pietro, basta! Il treno non c’è. Fattene una ragione. Mi fanno male i piedi, mia madre mi ucciderà per il ritardo, non so nemmeno bene come faremo a tornare indietro. È stupido. La stazione è chiusa. Deserta. Punto.” Pietro non diceva niente. Allungava il braccio, con l’indice puntato in avanti e lo sguardo ancora oltre.

Non so se fosse per i crampi della fame, per stanchezza, per disperazione o per semplice fantasia, ma il treno c’era. Sfrecciava dritto a una velocità mai vista. Scompigliandoci i capelli come un bullo prepotente. Era un fascio di luce che scorreva nella polvere e aggrediva l’atmosfera. Il motore gli zufolava nel petto come un cuore in sovraccarico, i finestrini si inseguivano famelici. Le rotaie ululavano, sembrava che bestemmiassero il silenzio e la provincia. Un attimo solo. Io e Pietro ci scrutammo alla ricerca di un appiglio. Come a dire “l’hai visto anche tu?”. Ma non lo dicemmo. Pietro accese la sigaretta e a metà precisa me la girò. Camminammo tutta la notte e non riuscimmo a completare il mazzo di carte.

Come tutte le amicizie dei quindici anni, quella mia e di Pietro fu un legame fraterno, fatto di amore semplice e silenzi complessi. E, come tutte le amicizie dei quindici anni, si disperse lenta negli avvenimenti, fino a lasciare di sé un’impronta morbida di tenerezza nella memoria.

Mi piace pensare che lui, alla fine, quel treno l’abbia preso.

 

 

 

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