Dialogo incatenato a Strada SS. Salvatore

Chiara Mezzetti

Il racconto breve della nostra scrittrice Chiara Mezzetti, che questo giovedì accende gli abbaglianti e si cimenta in un dialogo raccapricciante in cui come nelle sue storie c’è un finale, non la fine…

Dialogo incatenato

Strada SS. Salvatore, Viterbo

“Stè…”

“Eh…”

“Puoi anche guardarmi negli occhi se vuoi”

“Non voglio”

“Beh dovresti”

“Per vedermi?”

“Anche”

“Per vedere che mi odii. Non ho bisogno di vederlo, lo so”

“O magari per vedere che non ti odio”

“Io mi odierei”

“Io sono io”

“E allora tu faresti bene ad odiarmi, cazzo…ok?”

“Forse, ma non ci riesco”

“Beh riescici. Mi sta sulle palle ‘sta cosa che non mi odii. Odiami punto e basta. Come una persona normale. Una con un po’ di cervello”

“Ti dà fastidio che io non ti odii?”

“Sì. Mi rode. Non significa un cazzo che non mi odii. Dici stronzate”

“Stè io non ti odio perché non te lo meriti”

“Sì che me lo merito. Sennò non sarei in questo posto di merda”

“Non te lo meriti perché non meriti attenzione. I miei pianti, lacerazione, niente”

“Considerazione”

“Sì, non meriti considerazione”

“Ma almeno puniscimi”

“Ogni volta che ci provo finisce che punisco me stessa”

“Perché sei qui? Se vuoi insultarmi mi sta bene”

“Ti piacerebbe”

“Mi aiuterebbe, sì”

“E allora aiutami tu. Che insulto dovrei usare?”

“Assassino per esempio”

“Oh no, quello non è un insulto. È un dato di fatto”

“Mostro”

“Questo sarebbe falso”

“Ho ucciso un bambino di due anni. Credo che mostro sia un eufemismo”

“Sarebbe falso perché se fossi stato un mostro me ne sarei accorta. I mostri hanno le corna verdi e la lingua di fuoco. Tu sei un operaio. Ti guadagni il pane. Hai una figlia. L’hai tenuta in braccio. Scommetto che ti vuole anche un briciolo di bene. Perché tu ce l’hai ancora una figlia, giusto?”

“Giusto, ma…Allora cosa sono?”
“Sei un uomo. Un fottuto uomo normale. Un vicino di casa, un compagno di scuola, un padre, un assassino”

“Lucrezia, io mi ammazzo. Penso che sia l’unica soluzione per avere un po’ di giustizia. Tanto ormai che vivo a fare eh? Ho fatto una cosa orribile e non bastano vent’anni, cento, mille in questo posto di merda per ridarti tuo figlio. Non posso tornare indietro, non posso andare avanti. Lo sai che sei l’unica che mi viene a trovare? Lo sai che scrivo parecchi fogli e ho pensato che saranno il mio testamento? Ci sei anche tu”

“Quindi non sei pentito”

“Ti sto dicendo che mi ammazzo”

“Quindi non sei pentito!”

“Mi ammazzo, Lucrezia! Prendo qualsiasi cosa, anche la catena del cesso e mi impicco”
“Oh beh certo. Perché non te lo meriti di vivere, no? Non meriti di svegliarti la mattina e guardarti allo specchio. Le mani ruvide, sentirle fremere ancora una volta. Percepire quel prurito. La vena infetta che collega il cervello alla pupilla. E pulsa e trabocca ed è sempre lì lì per intossicarti, e basta una goccia fuori per ammazzarti, e quasi lo vorresti, anche se hai paura. Ma alla fine rimani sempre lì, a un passo, e non sai quando arriverà il prossimo brivido.

No no. Meriti di scegliere quando porre fine alla tua vita. Meriti di decidere. Tommaso non ha deciso. Tu invece hai deciso per lui, e ora vuoi decidere per te. Lasci un testamento, due fogli di merda tanto per continuare a esserci. Tommaso non sapeva scrivere. Non sapeva parlare. Piangeva appena. Però tu no, tu sai parlare. Sai scrivere, sai ammazzare, sai decidere. Tommaso non ha niente. Io ho solo un pupazzetto da stringere. Che presto inizierà a perdere il suo profumo. Tu invece, cazzo, pagine e pagine. Ci sono anch’io, oh bene, grazie. Faccio parte della sceneggiatura. Grazie per avermi dedicato il tuo pentimento”
“Io voglio mettere le cose in paro”

“Oh bella questa. In paro. Non andranno mai in paro. Nemmeno quando brucerai tra le fiamme dell’Inferno, dilaniato dai vermi, sbudellato dai ratti. Nemmeno allora saranno in paro”

“Io non ce la faccio più Lucrè, non ce la faccio. Le cose non andranno in paro, ma almeno ci sarà un atomo di schifo in meno che è già qualcosa, no?”

“Ti ricordi quando dicevi che ti facevano schifo i pesciolini nell’acqua?”
“Sì…”

“Ti schifavi perché ti mangiavano le crosticine del ginocchio. Dicevi che venivi al mare solo per me, per farmi contenta”

“Me lo ricordo”

“È quasi comico se ci pensi”

“Perché?”

“Ti schifavi dei pesciolini e non delle budella di tuo figlio”

“Non era mio figlio. Tu volevi che fosse di Paolo e così è stato. Io non me lo ricordo nemmeno, Lucrezia! Non ero in me. Non è una giustificazione, non esiste. Però esiste una realtà. E la realtà è che non c’ero, stavo fuori, tu lo sai. Non l’avrei mai fatto se…”

“Se cosa? Se avessi lasciato Paolo per te?”

“Se non fossi stato sotto con la roba”

“Oh beh allora tutto risolto”

“Non ho detto questo. Lucrezia io non so che cazzo fare”

“Nemmeno io”

“Perché mi vieni a trovare?”

“Non lo so”

“Io…”

“No. Non dirlo. Non dire ti amo. Non dire stronzate. Tu non hai più il diritto di amare qualcuno”

“E allora perché invece ti amo lo stesso?”

“Perché sei egoista”

“Tornerai giovedì prossimo?”

“Sì”

 

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