Destinazione Erasmus/Giorgia Fabbri: il mio volo per la Svezia

di Giorgia Fabbri*

Mi ritrovo così, su un volo Italia-Svezia, senza nemmeno rendermi conto di cosa stia veramente succedendo, con una compagna di viaggio anche troppo silenziosa, un sedile non reclinabile e un aereo freddo. “Bene – penso – questo è l’inizio del mio Erasmus. Mi sto temprando per il gelo svedese”. Ma chi voglio prendere in giro. Mentre guardo dal finestrino l’aereo decollare (perlomeno ho il posto con vista) il mio stomaco si attorciglia e inizio a pensare a tutto quello che sto lasciando in Italia, quel piccolo stivale in miniatura che si allontana velocemente dal mio sguardo. “Ma che ti lamenti – potrebbe dirmi chiunque – stai andando in Erasmus!! Dovresti sentirti fortunata”. Ma nessuno, finché non arriva il momento di partire, pensa a quello che si lascia alle spalle. Prima di partire credevo di non avere assolutamente niente che mi trattenesse, solo ora mi rendo conto di tutto ciò che sto lasciando. I genitori, gli amici, il fidanzato, il cane. Tutte quelle persone che ero abituata a vedere quasi ogni giorno improvvisamente si trovano a 2.400 chilometri di distanza e chissà se le rivedrò più, chissà dove mi porterà la nuova strada intrapresa. In un paese “straniero”, con una lingua diversa, differenti abitudini e un clima molto diverso. E che dire del resto, quando improvvisamente ti ritrovi a vivere da sola, ad occuparti di una casa, delle cose di tutti i giorni, dei problemi quotidiani senza la mamma e il papà che ti aiutano in tutto e per tutto. E tutto ciò, possibilmente, studiando.

L’aereo sta atterrando e io ancora sento sulle spalle il peso di tutti questi pensieri. Mi viene quasi da piangere. “Ok, stai esagerando. Calmati”. La mia compagna di viaggio non è decisamente d’aiuto, passa il suo tempo guardando lo schermo, dormendo o parlando in cinese al telefono.

Il resto della giornata vola via velocemente, atterriamo a Stoccolma per l’ora di pranzo e in men che non si dica, nonostante la mole di valigie, siamo già sul treno per Falun, la cittadina dove dovrò risiedere per i prossimi 10 mesi. Lentamente si fa avanti la stanchezza, il sonno prende il sopravvento e mi risveglio quando manca solo una mezz’ora all’arrivo. Guardo fuori dal finestrino e il panorama che vedo è a dir poco stupendo. Boschi, campagne, laghi, casette di legno in pieno stile svedese. Il sole bacia la natura che circonda interamente la ferrovia. Passo il resto del viaggio ad osservare e fotografare il panorama all’esterno, finché non giungiamo alla nostra fermata. Scendo dal treno sommersa dalle valigie e un ragazzo mi guarda incuriosito. “Welcome to Sweden!”, mi dice sorridendo. E in un secondo, respirando quell’aria nuova, ogni paura svanisce. I timori fanno spazio all’emozione e alla curiosità, improvvisamente trepidante di conoscere la mia nuova casa, mi avvicino alla macchina che dovrà accompagnarmi nel complesso studentesco dove si trova il mio appartamento. Dopo un rapido scambio di battute con il ragazzo alla guida dell’auto, saluto la mia compagna di viaggio, salgo e in breve arrivo a Britsen. Qui sembra tutto così ordinato, organizzato, silenzioso. Anche troppo. Mi forniscono di chiave elettronica e codice di sicurezza per entrare nel mio nuovo monolocale. “Wow! Tutto molto tecnologico… ma i mobili?”. Ebbene sì, l’appartamento è privo di qualsiasi mobilio. Scendo immediatamente a cercare Thomas, l’uomo che sembra essere addetto a fornire mobili agli studenti, famoso per la sua disorganizzazione (scoprirò dopo poco) e per aver fatto così dormire in terra parecchi studenti Erasmus nella loro prima notte qui. Ma la fortuna è dalla mia parte, riesco ad ottenere un materasso, un piumone e un cuscino. “Ho perso le gambe del letto, te le porterò domani” mi dice sorridendo. “Ah”. Beh, poteva andare anche peggio. Così decido di contattare subito Carla, un’altra studentessa italiana residente al Britsen, con cui precedentemente avevo avuto contatti su Facebook. Almeno non sono completamente sola qui. In breve esce dalla sua stanza e mi accompagna al supermercato proprio davanti casa per trovare qualcosa da mangiare. “Sembra simpatica – penso tra me e me – magari diventerà una bella amicizia”. La sera stessa mi ospita per la cena (ovviamente Thomas non aveva ancora i miei utensili da cucina) e rimaniamo a fare due chiacchiere allegre fino a tarda sera. Dopodiché, prima di ritirarci per la notte, mi invita ad andare a vedere il lago la mattina dopo con altre ragazze. Non appena tocco il letto, distrutta dal viaggio, Morfeo mi accoglie tra le sue braccia.

*Giorgia Fabbri iscritta al III anno di Lettere all’università della Tuscia

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