La Maestra, il racconto breve di Chiara Mezzetti

Chiara Mezzetti ci regala una nuova storia a cui è dato ormai al lettore cogliere i tratti caratteristici dell’interpretazione. La sua rubrica letteraria diviene di settimana in settimana sempre più attesa e avvincente.

Un campo sportivo di Viterbo

I. Il rito
Due o tre panchinacce claudicanti. Un pavimento troppo sporco, piatti doccia sudici e umidi.
«Marika ti amo» «Andolfini frocio» «La ragazza di Lucchini fa le pompe e fa i bocchini»
Andrea si guarda intorno, ma non c’è nient’altro. A parte una puzza viscerale di piedi e sudore, che impregna la stanza di grigio fitto. Lascia cadere il borsone a terra. Senza pensare. Si sfila i jeans e indossa i pantaloncini. Entra in campo. Venti sconosciuti fanno allungamento accovacciati sull’erba. L’allenatore si avvicina col sorriso da educatore.
«Andrea, giusto?»
Andrea annuisce.
«Ragazzi, ecco l’ ultimo acquisto della società, ve ne avevo già parlato. Speriamo che questo bomber ci porti alla vittoria! Eh Andrè?» e gli scompiglia i capelli con il finto affetto da sconosciuto.
Andrea se li aggiusta e guarda quel pubblico di numeri, che lo analizza.
«Vedi di farci vincere, ché quest’anno con Lucchini retrocediamo!» -risate. Lui deve essere il simpaticone della squadra, forse il capitano. E quello deve essere Lucchini, perché ride come ride il protagonista della battuta.
L’allenamento procede. Corsa, scatti, slalom, passaggi, tiri in porta. La prova del nove si avvicina. Andrea lo sa, ma non ci pensa. Si spoglia e si infila sotto un getto d’acqua a caso. Nello spogliatoio i genitali non sono sesso, sono braccio, gamba, ginocchio. Non c’è scandalo o peccato originale, solo organi.
Attenzione, capacità di osservazione, calma. Sono le qualità del guerriero savio. E Andrea le ha tutte.
Alla fine del secondo allenamento ha imparato i nomi dei suoi compagni di squadra. Solo alcuni, quelli più importanti. Bisogna mostrare agli eletti ossequio e selezione.
Gerarchia:
Marco: diciotto anni. Capitano della squadra. Attaccante. Trombatore di professione. Battuta pronta.
Malesi: diciassette anni e mezzo. Terzino destro. Ricco da voltastomaco. Ascolta e sorride.
Franciani: diciotto anni. Difensore. Bocciato. Nirvana e canne.
Eccoli, l’imperatore, il vassallo e il valvassore.
Andrea guarda, ma non riesce a comprendere quale sia la prova da superare per essere dentro.
Un fine allenamento a caso…
I cavalieri discorrono di avventure e assist tecnici. Andrea è quello all’angolo. Seduto. In attesa del permesso di intromettersi. Il vassallo si rivolge a lui: «Ma te a fica come stai messo?»
Orrore.
Dunque è questo il sottile filo al quale si appende il suo ruolo sociale? Un pelo pubico?
Andrea è vergine. Ha paura solo a pensarlo, fosse mai che il pensiero gli guizzasse fuori dalle orecchie e qualcuno lo fiutasse. Dunque la risposta sta proprio in quel sesso che nello spogliatoio non esiste. Nel sesso che è altro da ciò che Andrea conosce.
Andrea sta andando fuori tempo massimo.
«E sì che lo vengo a dire a te!» Dissimula. Ma deve trovare una soluzione. Non potrà cavarsela sempre con delle non-risposte.

II. La maestra
In ogni scuola ce n’è una. La maestra che ti accudisce. La maestra democratica. La maestra che porta a termine il suo compito. Ti lascia volare, mettere in pratica ciò che hai imparato. La andrai a trovare di tanto in tanto. La ricorderai con nostalgia. Ma non sarà più la stessa cosa.
Nadia. La chiamano maestra perché insegna ai più piccoli. Li istruisce sull’arte del sesso e della fellatio. In cambio chiede solo baci e un amore fugace, estemporaneo. Quale sia la sua storia, o il motivo della sua vocazione, per certo nessuno lo sa.
Nadia ha sviluppato presto, e quelle mestruazioni non le ha mai perdonate. Il seno le è esploso in petto, tradito dal volto tondo di bambina. Il reggiseno, le cosce, il corpo da donna troppo scomodo.
È alta Nadia, è formosa, arrapante. E i ragazzi con la macchina, e la prima sigaretta, e la bambola nella pattumiera, e l’infanzia nel cassetto. E i primi peli che osserva allo specchio con curiosità mista a disgusto. Nadia è fragile. Ma nessuno lo capisce. È la cenere all’angolo della strada, la sbavatura del rossetto. Nadia la invidiano tutte. Perché ha il culo, le forme, i fianchi. La guardano anche i professori.
Ha fatto l’amore. Nadia ci ha messo la mano, lì. L’ha toccato, l’ha baciato. È una facile.
Nadia addosso all’albero, nel bosco, nei bagni della scuola. Non fa rumore. Si spoglia e la fa finita. Nadia non viene, fa venire.
Alla fine i capelli sono come prima di cominciare. Anche Nadia è come prima di cominciare. Ha perso solo qualche brandello di sé qua e là. Non torna mai indietro a raccoglierli.
Nadia non piange. Fa l’amore anche in tre. Bacia le femmine che glielo chiedono. Ma le femmine che glielo chiedono sono poche, perché sta sul cazzo a tutte.
Nadia ora ha quarantadue anni. È famosa a scuola. Dicono che una volta che sei stato da lei sai tutto quello che devi sapere. Andrea deve imparare. Andrea non vuole essere fuori.
Nadia lavora al banco della frutta. Il mercato c’è tutti i sabati mattina.

III. Occhi

Un sedere rotondo sventola da lontano. Fa alzare un po’ la gonna a pieghe. Una schiena. Scoperta. Anche se è freddo. Ci sono i capelli a scaldarla. Ricci lunghi di fuoco. Non c’è dubbio, deve essere: «Nadia?»
«Sì…-occhi di dolore, occhi di passione, occhi di cose che Andrea non può conoscere- …Allora tesoro, cosa ti serve? Non hai scuola oggi?»
«Ecco… -Trema la o- …Ecco, io ho bisogno della scuola…» Nadia lo guarda, non capisce, forse finge.
Andrea riprende fiato: «…Della scuola…Ecco…tu…Lei…Lei è bellissima signorina Nadia»
«Tesoro…Per uno poco esperto, tutte le pesche sono uguali, tutte maturano allo stesso modo. Poi, dai un morso, e sono ancora acerbe. Ma ormai hai iniziato, e non si spreca la frutta. Perché, una volta morse, non puoi lasciarle con la polpa viva all’aria, vanno a male. E allora devi sbrigarti a mangiarle, devi correre, morso dopo morso. Non c’è più tempo per gustarle. Ti consiglio queste. Metto?»
«Due, per favore» Nadia gli dà il sacchettino con la frutta. E un biglietto. È il suo indirizzo. Andrea paga, non prende il resto e se ne va.

IV. La guarigione
Nadia apre la porta. È bella. È mamma. È donna.
Andrea entra. Cosa deve fare? Come? Deve pagare? Domande di paura. Come quando andava a matematica. Ma stavolta è diverso.
«Sicuro tesoro?»
Andrea annuisce. Muto. Una parola potrebbe rovinare tutto. In un attimo. E sente le sue mani sulla nuca. Sul collo. Sensazione primitiva. Le sue labbra sulla fronte, sulla schiena. La sua lingua sull’ombelico. Andrea è lì, immobile. Manichino di se stesso.
Carezze leggere e delicate. Le dita girano intorno all’ombelico, lo sfiorano appena. Andrea non è Andrea.
È preda. È legno. È amore. È sensazione.
Aveva già dato un bacio in vita sua. Ma questo…Cerca di afferrarlo con le pupille sotto le palpebre chiuse. La sensazione però non si lascia prendere.
Nadia è nuda. Oddio. La signorina Nadia è nuda! Andrea la osserva come un’opera d’arte. Parte dalle dita dei piedi. Le caviglie. Le cosce. Salta direttamente all’ombelico. Si vergogna a guardare lì. Le mani, le braccia, il collo, i seni. Gli occhi affilati.
Scorre di nuovo il suo corpo al contrario. Stavolta ci si ferma, lì.
Lei gli sfila i pantaloni. Come a un malato.
Nadia e Andrea fanno l’amore.
Andrea si muove secondo l’armonia nascosta dei sensi. Scandisce le note di quello spartito animale.
Nadia è in silenzio. Fa quello che deve fare.
…«Signorina Nadia»…
Andrea non è più vergine.

In ogni scuola ce n’è una. La maestra che ti accudisce. La maestra democratica. La maestra che porta a termine il suo compito. Ti lascia volare, mettere in pratica ciò che hai imparato. La andrai a trovare di tanto in tanto. La ricorderai con nostalgia. Ma non sarà più la stessa cosa.

COMMENTA SU FACEBOOK
CONDIVIDI