Caterina Sanna: l’universo è nella sua prima pubblicazione, “L’ora più bella”

Donatella Agostini

Caterina Sanna è una ragazza sarda. Di più, è di Orune, e “le Urunesi hanno queste rocce radicate nello spirito e abbandonano mal volentieri il loro nido”. Caterina ha abbandonato il nativo piccolo centro in provincia di Nuoro ed è volata nella Tuscia, seguendo i dettami del cuore e il sogno di laurearsi nelle discipline umanistiche. Ha portato con sé con orgoglio il suo piccolo e atavico universo, di valori sbocciati in un passato remoto che continuano a dare linfa alla vita e alla società della gente sarda, e che si è mantenuto intatto nel tempo proprio per essere contenuto entro i confini del suo essere isolano. Confini che lungi da essere un limite geografico e sociale, sono spesso un abbraccio protettivo ed amorevole nei confronti dei pericoli di un mondo esterno troppo veloce e immemore della propria storia. L’universo di Caterina è contenuto nella sua prima pubblicazione, “L’ora più bella”, presentata il 22 settembre a Bagnaia, nella suggestiva cornice di Palazzo Gallo. “L’ora più bella è quella che ciascuno di noi riesce a ritagliare alla frenesia quotidiana, quella in cui ha tempo finalmente di pensare a se stesso e ai propri sogni”, ha esordito Caterina. Di una bellezza luminosa e a suo modo antica, stretta nella sua gonna che richiama i costumi tradizionali della sua terra, ha parlato della sua passione per la scrittura, coltivata fin dall’adolescenza. Caterina è anello di congiunzione tra passato e futuro: ama scavare e riportare alla giusta luce tutti gli aspetti etnografici della sua terra, i costumi tipici, il dialetto, le usanze; per questo ascolta, osserva, soprattutto gli anziani, vera miniera di ricordi e di valori. E ci presenta la sua raccolta di quattro racconti in cui il primo, definibile un romanzo breve, echeggia a tratti della coralità e del surrealismo di Marquez. Ambientata in un non meglio precisato passato, che allunga le sue radici fino al giorno d’oggi, la storia di Bibiana è quella di una ragazza che “piange, ma non si piange addosso”. Che sa, come ancestralmente sanno tutte le donne di ogni tempo, “che la sua vità è e sarà un eterno tentativo”. Una donna che lotta caparbiamente contro le consuetudini e le usanze legate alla sua classe sociale. Contro un padre che, seppure immensamente amato, vorrebbe imporle un marito ricco per aumentare ancora il loro cospicuo patrimonio. Bibiana fugge allora in groppa al suo cavallo, in una galoppata che è metaforicamente una fuga dal passato atavico e soffocante verso la libertà e il futuro. I graniti millenari “innevati di sole”, antichi giganti pietrificati dotati di anima, i boschi fitti di querce e di lecci fanno da cornice ad un microcosmo in cui natura, uomo e tradizioni sono intimamente legati. Il secondo racconto è narrazione delicatissima e commovente di un amore che, reso impossibile dalle circostanze, vive solamente nelle pagine di un diario. In “Pensieri di una farfalla”, la donna è vista come essere “non superficiale, ma leggero e fragile”. L’ultimo racconto, con il quale Caterina ha vinto il premio Certamen Deleddiano nel 2011, è un omaggio commosso alla grande scrittrice sarda, e chiude il cerchio iniziato con Bibiana: Grazia Deledda fu infatti la prima che nella Sardegna di fine Ottocento ebbe il coraggio di seguire le proprie aspirazioni e di scrivere. Caterina si rivolge con affetto alla numerosa comunità sarda residente nella Tuscia, integratasi perfettamente pur mantenendo la consapevolezza e l’orgoglio delle proprie origini. Un connubio reso possibile dalle affinità indubitabili con gli abitanti del nostro territorio, saldamente ancorati ai valori familiari, alle tradizioni religiose, elementi che accomunano sardi e i discendenti degli antichi Etruschi, nonché gli Italiani tutti. L’augurio è per Caterina e scritora, affinché possa vivere tante ore belle che fluiscano in modo naturale ed elegante nella sua scrittura, e per i lettori, che possano immergersi con la fantasia in mondi lontani ed ancestrali, eppure così vicini al nostro.

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