Catalogna: indipendenza annunciata e rimandata

David Pasquini

L’indipendenza della Catalogna è durata pochi secondi: il tempo di dichiararla e di sospenderla aspettando gli esiti di una complicatissima negoziazione con Madrid.

Eppure, l’insolita riservatezza della maggioranza di Puigdemont, che ha contraddistinto la vigilia dell’assemblea plenaria del parlamento catalano, aveva lasciato immaginare l’esistenza di una strategia molto più complessa che potesse mettere alle corde il governo di Rajoy e capitalizzare il bagaglio di simpatia che la causa indipendentista ha raccolto in giro per il mondo.

Le vicende dell’ultima settimana hanno però lasciato un segno profondo sulla sicurezza dei separatisti e sulla credibilità del progetto secessionista. Sono stati giorni ad alta tensione, vissuti tra scioperi, manifestazioni, caserme della Policía Nacional accerchiate dai militante della CUP, la frangia meno presentabile del nazionalismo catalano, ed interrogativi sulla strategia del governo locale che aveva promesso una dichiarazione d’indipendenza nelle 48 ore successive al referendum ma ha poi temporeggiato, forse troppo, lasciandosi sopraffare dagli eventi.

A minare la sicurezza dei separatisti non è stato il discorso del Re, che ha anzi rischiato di provocare un ulteriore sussulto fra i secessionisti, né la manifestazione di domenica che ha finalmente mobilitato la cosiddetta maggioranza silenziosa (o silenziata), quella dei catalani anti-indipendentisti e neppure le minacce di Rajoy di ricorrere all’articolo 155, il provvidemento che sospenderebbe l’autonomia catalana commissariandone il governo.

Il colpo di grazia si è manifestato fra giovedì e venerdì quando si sono materializzate le possibili conseguenze dell’indipendenza e dell’ uscita della Catalogna dall’Europa e dalla moneta unica. poco meno di 24 ore, la Caixa, il Banco Sabadell ed altre importanti imprese dell’economia locale hanno annunciato, aiutate da una legge approvata ad hoc dal governo Rajoy, di aver modificato la sede sociale fuggendo dalla Catalogna e dall’incertezza politica rappresentata dall’indipendenza.

È stato un colpo morbido ma politicamente molto più efficace delle manganellate di dieci giorni fa. Lo è stato non solo per l’importanza storica dei marchi- la Caixa ed il Banco Sabadell sono due attori fondamentali dell’economia catalana- ma soprattutto per l’assenza di risposte e di strategie volte a contenere la fuga da parte di Puigdemont. Un silenzio assordante, che lasciava trasparire impreparazione, quasi si trovasse di fronte ad uno scenario non previsto, eppure facilmente prevedibile giacché i mercati, è noto, richiedono stabilità politica e, soprattutto, legalità.

Il quadro che si presentava di fronte agli elettori catalani diventava improvvisamente ben diverso dalla Baviera iberica dipinta dagli indipendentisti e finiva per logorare anche l’unità del governo locale. Artur Mas, l’ex presidente della Generalitat, nazionalista ed indipendentista della prima ora, ha cominciato ad esprimere perplessità in merito ad una dichiarazione d’indipendenza che rischierebbe di non essere riconosciuta a livello internazionale, lamentando un’oggettiva impreparazione della struttura del nuovo stato ad assolvere pienamente e da subito le essenziali funzioni del welfare.

Puigdemont si è trovato improvvisamente solo, stretto fra l’incudine dei nazionalisti più radicali, che gli imploravano di non deluderlo, ed il martello della moltitudine anti-indipendentista che usciva dal torpore. Si è comportato da politico di basso profilo, dando un colpo al cerchio ed uno alla botte, con capriole semantiche ben lontane dai toni decisi di una settimana fa.

Ha semi-aperto ad un compromesso, in un monologo che non ha però risposto ai dubbi rispetto al futuro monetario ed al posizionamento della Repubblica Catalana in Europa.

L’improvvisazione al potere? Forse. O forse no. Puigdemont si è limitato a lasciare la palla a Rajoy, come fanno le squadre che non hanno gioco. Proverà a colpirlo in contropiede, magari sperando perda il sangue freddo ed applichi l’articolo 155, finendo per rinsaldare le file indipendentiste. Ieri Rajoy ha però rispedito la palla al mittente, chiedendogli sarcasticamente di chiarire se ha dichiarato o no l´indipendenza. Una ulteriore beffa per Puigdemont che in questo gioco di rimpalli sembra essere di gran lunga il meno attrezzato per vincere la partita.

Difficile che riesca a strappare l´accordo per un referendum legale; più probabile che ottenga garanzie per una maggiore autonomia fiscale. Alla fine, come nelle più patetiche sceneggiate secessioniste nostrane, sarà tutta una questione di vil denaro, con buona pace dei neo-romantici idealisti accorsi a Barcellona da tutta Europa.

In Catalogna, però, si è giocato con i sentimenti più profondi del popolo: l’identità, la lingua e la nazione. La delusione per chi credeva di essere ad un passo dalla salvifica indipendenza è molto forte ed è palpabile  nelle strade di Barcellona. E la frustrazione, in politica, ha spesso generato mostri.

 

 

 

 

 

 

 

 

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