Big Eyes: torna Tim Burton, ma depotenziato

Big Eyes

Dopo anni di operette scialbe e di maniera, dove il nome di Burton si ripeteva come un’etichetta stanca e innocua, “Big Eyes” poteva essere un probabile scacco matto, quell’opera emancipata con cui il visionario regista di “Edward” tornava giovane e ispirato, distaccandosi dall’immaginario/format in cui era rimasto incastrato per troppi anni. Eppure qualcosa è andato storto.

Nel suo raccontare la biografia dei coniugi Keane e quell’arte pop-kitch che sedusse l’America degli anni ’50/60, il gesto filmico di Tim Burton sembra imbalsamato, come se anni di fantasticherie opache e debolissime lo avessero inevitabilmente depotenziato. Il problema non è nemmeno se “Big Eyes” sia un film burtoniano o meno. E’ chiaro che all’interno dell’arte di Keane, Burton ricerchi i prodromi di tutta la sua carriera, ma “Big Eyes” non riesce mai a trovare un equilibrio: oggetto filmico costantemente indeciso su che strada prendere, su che film essere, su che identità promuovere.

E’ come se l’autore volesse fare qualcosa di diverso senza però dimenticarsi di essere Tim Burton: è tutto così programmatico da somigliare più a una scialba operazione di rilancio (critico) che a un film ispirato e fatto col cuore. “Big Eyes”, del resto, non riesce mai a scrollarsi di dosso un certo istrionismo che mal si sposa con l’immaginario di Keane.

Il film mette in scena una sorta di teatro dei burattini, senza preoccuparsi di dar credibilità a ciò che mostra, rifugiandosi dietro la “storia vera” per potersi autolegittimare. Ma da Burton ci si sarebbe aspettati un dialogo con Keane, una reinvenzione cinematografica dei suoi quadri, invece l’autore si limita a una sequenza didascalicissima dove Margaret è circondata da individui con gli occhioni enormi. Non ha nemmeno il coraggio di fare del kitsch la sua stessa forma, perché è troppo preoccupato a gigioneggiare e a farsi il verso da solo (basti pensare alla terribile sequenza del processo). Questo non è il film di Tim Burton che avremmo sperato di vedere dai tempi di Edwood, è piuttosto la sua parodia, la denuncia pubblica di un regista che soffre di una preoccupante carenza d’immaginazione.

Incapace di creare atmosfere, di far pulsare le sue immagini, chiede l’aiuto del complice Danny Elfman che invade l’intero film con una colonna sonora onnipresente. Burton infarina l’opera di temi warholiani, dal doppio alla riproduzione in serie, dall’originale alla copia, dal vero al falso e, non contento, alza il tiro con parabole femministe e fugaci apparizioni dei testimoni di Geova: il problema è che il film più che sembrare un pamphlet poco ispirato, appare come una noiosa accozzaglia che sottolinea una superficialità di vedute davvero imbarazzante.

Se a tutto questo uniamo una totale mancanza di spessore dei due protagonisti, “Big Eyes” naufraga in maniera ancora più grave rispetto ai tiepidi burtonismi dei suoi ultimi film. Proiettati all’interno di uno scenario reale (che sembra uscito da un manifesto pop-art), i personaggi sembrano marionette in balìa del regista, macchiette prive di qualsiasi spessore psicologico. Amy Adams ce la mette tutta, e forse è la sua recitazione in sottrazione l’unico pregio di un film che s’impone di essere sopra le righe e vivace a tutti i costi. Di certo Christopher Waltz riesce a regalarci la peggiore interpretazione della sua carriera: sembra una parodia di se stesso, un omino insopportabile perso in una valanga di faccette e movimenti imbarazzanti, in una recitazione che alle lunghe si fa pedante e insopportabile. Del resto, “Big Eyes” riesce a ridurre un personaggio tanto geniale quanto infame a un buffone di corte che ha le stesse espressioni di un personaggio da cartoon.

Tratto da SCHERMO BIANCO blog

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