Analogie: Lampedusa , Maylis De Kerangal e Modugno

Sulla bacheca della biblioteca, ho scorto un libro, con un nome familiare Lampedusa di Maylis De Kerangal, prenderlo e leggerlo è stato un tutt’uno. Fare un confronto con l’isola che conoscevo inevitabile.
La mia Lampedusa dista molte miglia marine da quella attuale, è confinata in uno spazio senza tempo, perché ormai troppo lontana nei ricordi. Ma alcune delle descrizioni che Maylis De Kerangal, mette nel suo breve romanzo, le ho ritrovate intatte, vive, e si possono capire soltanto se quell’isola la ami.
Frammenti di ricordi mi riportano al ricordo di un rumore assordante, di un DC9 in fase frenata sulla pista di atterraggio, in un caldo torrido, immersa in una luce azzurro intenso, propria dei paesi che vivono circondati dal mare.
Per Taxi, un Ape cinquanta che prende una via dritta, circondata da casette a un piano, allineate fino all’albergo, o meglio una stanzetta ricavata alla meno peggio in un fabbricato in continuo ampliamento.
Ad accogliermi a Lampedusa Agostino proprietario dell’albergo, messo al corrente del mio arrivo, da un mio amico da che qualche tempo si era trasferito lì a vivere buona parte dell’anno, in quel pezzetto di terra, più vicino all’Africa che all’Italia.
Agostino uomo di mare, magro, più sale che carne, una vita vissuta sui mercantili, sbattuto da una parte all’altra del mondo.
Prigioniero degli Inglesi, nella seconda guerra mondiale, portato prigioniero in India dopo, che la sua nave fu affondata, naufrago alla deriva per giorni e giorni. Finita la guerra, ritornato a Lampedusa dopo mille peripezie, sul molo ad aspettarlo c’era sua madre, ma non lo riconobbe subito cambiato dai segni che gli aveva lasciato sulla pelle e nell’animo la dura prigionia.
Nacque tra noi un’amicizia sincera, di quelle che vanno dritto al cuore delle persone, che non hanno bisogno di presentazioni. Come fanno gli animali si annusano e si accettano. La sera di solito stava sotto la pergola, mi diceva sai Luciano, gli Africani sono da sempre nostri amici, ci legano millenni di storie di mare, di traffici, che ci affratellano.
Una sera venne un’ospite inattesa, non mi disse nulla perché voleva farmi una sorpresa, da una vecchia imbarcazione aiutato amorevolmente a scendere s’intravedeva Domenico Modugno, l’artista, quello di “Volare”.. Agostino corse a prendere due sedie, tra loro c’era un’amicizia di lunga data, perché il cantante si era comprato una casa, vicino alla spiaggia dei conigli, un posto talmente bello che le tartarughe marine, di notte vanno a depositare le uova.
All’epoca aveva superato una grave malattia, ed era tornato per una convalescenza nel posto a quale era molto affezionato.
Si parlava della sua salute. La fortuna di chiamarsi Domenico Modugno, ci disse, l’aveva salvato. Agostino lo spronava a parlare del suo successo della sua carriera, della sua vita, come se volesse farne partecipe anche me.
A un certo punto non senza difficoltà nel parlare disse: sai Agostino, penso che un sogno così non ritorni mai più” quell’inizio di strofa di un brano reso immortale, da allora, per me ha un suono magico, mi ritorna in mente ogni volta che la vita mi porta a un cambiamento, a una separazione, a un addio.
“Penso che un sogno cosi` non ritorni mai più,
mi dipingevo le mani e la faccia di blu. Poi d’improvviso venivo dal vento rapito…
E ogni volta è un inizio.

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