Alla Bottega del Mondo dell’Associazione Mani Unite di Viterbo, il regalo di Natale è solidale

Donatella Agostini

Disse Franz Kafka, “nessun regalo è troppo piccolo da donare, e nemmeno troppo semplice da ricevere, se è scelto con giudizio e dato con amore”. Natale è alle porte, e come ogni anno stiamo cercando di indovinare i desideri e i sogni dei nostri cari, per fare regali che siano segni concreti del nostro affetto e della nostra premura. Una scelta di giudizio e di amore, oltre che di assoluta originalità, potrebbe essere quella di regalare i prodotti del commercio equo e solidale. Colorati e pregevoli oggetti di artigianato artistico, alimentari bio, cosmetici innovativi: non semplici oggetti, ma regali che rappresentano persone in carne ed ossa e i progetti di solidarietà nei quali sono coinvolte. Regali che hanno un’anima. Siamo andati a visitare la Bottega del Mondo dell’Associazione Mani Unite di Viterbo, in piazza F.lli Maristi, e i volontari che si alternano dietro al bancone del negozio. Il negozio è un caleidoscopio di colori e di profumi, che parlano di terre lontane ed esotiche, dove la vita è tanto differente dalla nostra e spesso, tanto più dura. Chiediamo ad Umberto Cinalli, presidente dell’associazione Mani Unite, di raccontarci in cosa consiste il commercio equo e solidale, mentre Clelia Maio e Paola Grispigni, le altre due volontarie, sono occupate ad aprire i pacchi della nuova merce arrivata, con lo stesso entusiasmo con cui i bambini scartano i regali la mattina di Natale. Anche se ha raggiunto una certa notorietà soltanto negli ultimi anni, la nascita del commercio equo e solidale risale agli anni Sessanta, quando alcuni uomini giusti ed idealisti cercarono di sanare a loro modo l’ingiustizia di un mondo occidentale sempre più ricco, a scapito di un sud del mondo sempre più povero. “Avevano una teoria che pensava di poter cambiare le regole dell’economia in modo diverso, non con il boicottaggio, non con la politica, ma direttamente con l’approccio economico”, inizia a raccontare Umberto Cinalli. “Oggi il commercio equo si svolge così: il partner del nord si mette d’accordo con il produttore del sud del mondo, al quale viene garantito un ampio mercato, una enorme vetrina di distribuzione. Ma per fare questo il produttore deve rispettare dei parametri: la qualità dei prodotti deve raggiungere determinati standard e la produttività dev’essere continua e costante. E questa è la parte tecnica, ma la parte più importante è quella etica: il piccolo produttore del Sud Est Asiatico, o dell’Africa, o del Sudamerica, deve reinvestire una parte degli utili in progetti sociali e di solidarietà, in modo da valorizzare le condizioni sociali e ambientali del luogo di produzione. Non ci dev’essere sfruttamento dell’ambiente, né dei lavoratori, che devono essere trattati dignitosamente, avere contratti regolari e assistenza sanitaria. E soprattutto, non devono essere i bambini a lavorare. Dopo una serie di verifiche da parte dei tecnici del circuito, che si recano personalmente sul posto a valutare tutta la filiera, i piccoli produttori, solitamente delle cooperative, entrano nel circuito. Il rapporto economico non viene ad essere così solo a vantaggio di una delle due parti, ma equamente vantaggioso sia per chi compra e per chi vende”. Grazie al commercio equo e solidale, molti piccoli agricoltori di molte parti del mondo non corrono più il rischio di soffrire la fame, possono disporre di servizi adeguati, pulizia, acqua potabile e dignità. Ed ecco che arrivano in bottega svariati prodotti che ci parlano di progetti, di storie, di persone in carne ed ossa. “Un progetto che mi è rimasto particolarmente impresso è quello del cuscus della Palestina”, ci spiega Clelia Maio. “Nella striscia di Gaza opera un’associazione di cooperative, che raggruppano decine di migliaia di donne, incoraggiate ad avviare attività produttive agricole. Il cuscus che producono è pregiato e differente per la sua lavorazione artigianale. Le donne possono contare su una preziosa fonte di reddito per le loro famiglie, e occupare una posizione migliore all’interno della società”. Cuscus, riso, ma anche zucchero di canna da Mauritius, prodotto da un laboratorio dove lavorano madri rimaste sole e persone diversamente abili. E ancora, caffè, cioccolato, miele messicano e cileno, marmellate del Kenya e dell’Ecuador, tisane della Bosnia e dello Sri Lanka. Alimentari, anche bio, e non solo: “Abbiamo anche del pregiato artigianato artistico, cosmetici, saponi e bomboniere. Per ragioni di spazio, non possiamo tenere né abbigliamento né mobilio etnico, che pure sono bellissimi”. Dietro ogni prodotto equo e solidale c’è la descrizione del progetto a cui si potrà contribuire acquistandolo, come verranno investiti gli utili, a chi andranno a favore. C’è spazio anche per il solidale italiano: “Abbiamo prodotti commercializzati da cooperative che ad esempio sorgono all’interno delle carceri, vino prodotto con uve coltivate su terreni sequestrati alla mafia. E da poco abbiamo cominciato a seguire un piccolo progetto, tutto nostro”. Il progetto parte da Viterbo e si congiunge idealmente con la lontana Sierra Leone, dove opera da tempo un sacerdote molto noto alla comunità viterbese del Murialdo, don Maurizio Boa. “In Sierra Leone c’è una produzione di stoffe molto belle e particolari, prodotte dalle donne del posto. E presso la Casa dei Diritti Sociali di Viterbo ci sono due ragazzi africani che sanno fare i sarti. In questo modo faremmo da tramite, dando modo alle donne africane di commercializzare le loro stoffe, e a questi ragazzi di ottenere una possibilità lavorativa. I capi e le borse realizzati verrebbero venduti presso la nostra Bottega, o nei mercatini”. Natale è aprire i nostri cuori con generosità e altruismo, Natale è amore, e i doni che facciamo ne sono la prova tangibile. Con un regalo del commercio equo e solidale si fa un regalo a tutto il mondo.
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