“Abolire il carcere”: dal libro di Manconi, confronto a Mammagialla

Abolire il carcere. Più un eloquente sottotitolo: Una ragionevole proposta per la sicurezza dei cittadini. Sembrerebbe un concentrato di utopia, ma così non è. Forse. O almeno non dovrebbe essere nelle intenzioni dei quattro autori (Luigi Manconi, Federica Resta, Valentina Calderone, Stefano Anastasia) che hanno redatto il libro presentato nel carcere di Mammagialla dinanzi a un centinaio di detenuti e alla presenza di Tonino Delli Iaconi, in rappresentanza dell’amministrazione comunale di Viterbo. Libro che è la sintesi puntuale di come il sistema penitenziario italiano versi in profonda sofferenza e sia in netto contrasto con i dettami della stessa Costituzione che prevede il reinserimento graduale dei detenuti nella società e non l’istituto carcerario. “Oggi invece il carcere è inteso come una forma di punizione e non di rieducazione, sottolinea Stefano Anastasia, presente insieme a Velentina Calderone alla presentazione del volume.”
In sintesi bisogna ripensare a come tutelare la dignità della persona, spiega Sara Bauli, rappresentante dell’Arci viterbese che ha organizzato l’incontro come tappa finale de Festival Resist XI. E che il sistema penitenziario non funzioni lo dimostra il fatto che circa il 70% dei detenuti che riacquista la libertà per fine pena, torna in carcere mediamente dopo cinque anni. “Va sfatato il luogo comune che la prigione produca maggiore sicurezza. Dovrebbe invece servire a riportare nella società chi magari ha sbagliato”, insiste Valentina Calderone. Quindi bisogna investire sulle risorse umane come hanno chiesto i detenuti presenti nel teatro di Mammagialla, che pure è un carcere modello. . In effetti Mammagialla offre strutture efficienti: un campo di calcio, uno di calcetto, uno di tennis, uno di basket, un giardino attrezzato con tavolini e gazebo per ospitare i parenti in visita. Quel che manca è il lavoro. Vero funzionano una falegnameria, una bottega da fabbro, sono stati allestiti degli orti, ma è sempre poco, troppo poco, per centinaia di ospiti che vogliono lavorare. Insomma, il dramma della disoccupazione c’è all’interno del carcere come fuori. “Noi vorremmo avere delle delle opportunità qui ed ora e non dopo”, sintetizza uno dei detenuti partecipanti al dibattito. “Ho lottato 40 anni – denuncia un altro – per cambiare il mondo, ma il mondo purtroppo non si cambia, soprattutto quando non si insegna un lavoro”. “Abolire il carcere” si può o l’idea è destinata a restare un’utopia?

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