A.D. 1243-L’ultimo assedio. Gli autori: quante ore in biblioteca

tempra

Come in un piccolo salotto ottocentesco, sul palco di legno, nel Caffè Schenardi  A.D. 1243 – L’ultimo assedio viene raccontato dai suoi autori  Marta Tempra e Furio Thot.
Non è la prima volta che la giovane autrice viterbese è ospite del festival Caffeina, durante il quale negli anni passati aveva presentato i suoi due altri libri “L’istante fra due battiti” e “L’estate dei bucaneve”. Questa volta torna accompagnata da Furio Thot, pseudonimo di Fabio Dessole, scrittore lodigiano specializzato in romanzi storici ed editore presso Arpeggio libero, che è anche la casa editrice del romanzo.
Marta Tempra,  guidata dalle domande della giornalista Cristina Pallotta, racconta la genesi del libro. L’ispirazione colse gli autori circa due anni fa quando, sullo sfondo del lago di Bolsena, la ragazza raccontò a Fabio, già suo editore, la storia di Amalasunta, figlia del re ostrogoto Teodorico destinata a diventare, nel 526 d.C., regina a sua volta. Finito il racconto Dessole, che era a conoscenza della passione della ragazza per il genere del romanzo storico, le propose di scrivere insieme un libro sulla storia di Viterbo.
Dopo alcune ricerche scoprirono la connessione della città con Federico II di Svevia, personaggio tra l’altro molto amato da Dessole. Infatti Viterbo fu l’unica città, insieme a Brescia, a resistere agli assedi delle truppe dell’imperatore. Comincia così il lungo viaggio verso la nascita del romanzo.

La domanda successiva è per Fabio Dessole, sul perché del suo pseudonimo: Furio Thot?
La risposta è immediata, non voleva mischiare il nome della casa editrice con quello dell’autore: Furio è il nome cbe avrebbe voluto suo padre per lui, e Thot è il dio egizio protettore degli scriba.

Si passa poi al cuore pulsante della storia, i personaggi: Giacinta, vera protagonista del romanzo, una nobildonna viterbese imparentata con la famiglia Gatti, che era caduta in disgrazia in seguito alle scorrerie dei Romani nella città di Viterbo. La giovane donna, che fin da piccola era destinata a prendere i voti, viene obbligata a sposare un uomo della città. Questo cambierà la sua vita e segnerà per lei l’inizio di un percorso di crescita interiore.
Poi c’è Jacopo, siciliano e poeta  alla corte di Federico II, che vive in prima persona le vicende storiche di quel periodo, infatti accompagnerà il suo imperatore nelle varie battaglie, ed è proprio attraverso i suoi occhi ottimisti, quasi innocenti, che il lettore può scorgere le luci e le ombre del personaggio eccezionale che fu Federico II.
Jacopo si innamorerà di Selvaggia, figlia illegittima dell’imperatore promessa in sposa ad Ezelino da Romano, uomo abietto e spietato che non esita a torturare e a fare strage di donne, bambini e deboli in generale. Tuttavia Selvaggia ricambia l’amore del poeta con il quale scambierà diverse lettere d’amore, presenti nel romanzo e frutto della fantasia dell’autore, cariche di sentimento e dal gusto antico.

Gli autori confessano che la difficoltà più grande che hanno incontrato nella realizzazione del romanzo è stata la scelta del linguaggio, infatti la narrazione è ambientata in un periodo storico di transizione in cui il popolo parlava in parte latino e in parte i dialetti locali, e dall’altro Federico II che parlava il siciliano, il latino, il francese, l’arabo e il greco. Quindi riuscire a riprodurre fedelmente per ogni personaggio la lingua parlata è stato un lavoro molto lungo ed estenuante che ha visto i due autori trascorrere ore in biblioteca per studiare le varie fonti e l’etimologia esatta di ogni parola che avevano intenzione di utilizzare nel testo. Stessa cosa valeva per la descrizione dei luoghi: nel caso di Brescia Marta Tempra racconta di essersi dovuti mettere in viaggio per arrivare sul posto, di persona e studiarne la conformazione al tempo degli eventi narrati. Poi, con un sorriso aggiunge “Dopo questo libro ci vuole una bella pausa perchè è stato davvero molto impegnativo.”

Cristina Pallotta rivolge un’ultima domanda all’autrice, chiedendole quale parte della storia l’abbiaàìè emozionata maggiormente: “So che può sembrare scontato” risponde dopo un attimo di riflessione la giovane autrice “ma è stato il momento dell’assedio”, momento che vede coinvolti tutti i personaggi e che viene descritto dagli autori con dinamicità, dovizia di particolari e partecipazione emotiva.

A lasciare i presenti sono le parole di Federico II di Svevia: “S’io avessi già un piede in paradiso, giuro sull’Altissimo che lo ritrarrei per potermi vendicare di Viterbo.”

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